Sertum

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Ci sono marchi che fanno parte della storia del motociclismo e che tutti conoscono: Moto Guzzi, Gilera, Benelli, Bianchi. Poi esistono nomi che il tempo ha quasi cancellato dalla memoria collettiva, marchi che sopravvivono soltanto nei racconti degli appassionati, nei registri storici e nelle officine dei restauratori. Sertum è uno di questi.

Fino a pochi mesi fa, per me, Sertum era poco più di un nome intravisto in qualche vecchia fotografia o citato distrattamente in un libro dedicato al motociclismo italiano. Tutto è cambiato alla partenza della Mille Miglia in Moto 2026.

Tra decine di motociclette storiche e marchi ben più noti, la mia attenzione è stata catturata da una ragazza arrivata da Follonica. La sua compagna di viaggio non era una Moto Guzzi né una Gilera, ma una rarissima Sertum 250 VL4. Vedere quella motocicletta affrontare la manifestazione con naturalezza e affidabilità mi ha incuriosito immediatamente. Che cos’era quella moto? Quale storia si nascondeva dietro quel marchio quasi dimenticato?

Da quella domanda è iniziato un viaggio nella storia di una delle più importanti case motociclistiche italiane degli anni Trenta e Quaranta, un’azienda capace di competere con i grandi nomi dell’epoca, protagonista nelle gare di regolarità e persino fornitrice dell’esercito italiano durante la Seconda guerra mondiale.

In questo articolo cercheremo di riscoprire la storia della Sertum, dalle origini milanesi delle Officine Meccaniche Fausto Alberti fino alla scomparsa del marchio nel 1952, passando per le sue motociclette più significative e per quelle soluzioni tecniche che ancora oggi affascinano collezionisti e restauratori.

Le origini della Sertum (1922-1932)

La storia della Sertum affonda le sue radici nella Milano dei primi anni Venti, un periodo di grande fermento industriale e di profonda trasformazione economica. Nel 1922 l’ingegnere Fausto Alberti fondò le Officine Meccaniche Fausto Alberti, iniziando a produrre componenti meccaniche di alta precisione. Realizza componenti per Isotta Fraschini e contribuisce alla realizzazione del celeberrimo motore d’aviazione “Asso” (quello usato dal Balbo per trasvolata atlantica). Produce in serie motori fuoribordo per De Giorgi, adottati dalla Regia Marina e dall’Aviazione Militare. Produce anche un motore sperimentale a nafta di 12 cilindri e di 1000 cavalli per conto del Ministero dell’Aeronautica. In un’epoca in cui il motore a combustione interna stava rivoluzionando trasporti e produzione, la giovane impresa riuscì rapidamente a distinguersi per la qualità delle proprie realizzazioni e per l’accuratezza delle lavorazioni meccaniche.

Nei suoi primi anni di attività l’azienda concentrò le proprie energie sulla produzione di motori stazionari, utilizzati per alimentare macchinari industriali, impianti agricoli e gruppi di lavoro, oltre a motori marini destinati a piccole imbarcazioni da pesca e da trasporto. Erano propulsori progettati per garantire robustezza, affidabilità e facilità di manutenzione, caratteristiche che sarebbero diventate il marchio di fabbrica anche delle future motociclette Sertum.

L’esperienza maturata nella progettazione motoristica consentì alle Officine Meccaniche Fausto Alberti di accumulare un patrimonio di conoscenze tecniche che, con il passare degli anni, spinse la dirigenza a guardare con interesse verso un settore in piena espansione: quello delle motociclette. Negli anni Trenta, infatti, la motocicletta non era più soltanto un mezzo destinato agli appassionati, ma stava diventando una soluzione pratica ed economica per gli spostamenti quotidiani di migliaia di italiani.

Cogliendo questa opportunità, nel 1932 l’azienda decise di fare il proprio ingresso nel mercato motociclistico, adottando un nuovo marchio destinato a diventare celebre tra gli appassionati: Sertum. Il nome, derivato dal latino e traducibile come “corona“, evocava l’idea di prestigio, solidità e tradizione, valori che l’azienda desiderava trasmettere attraverso i propri prodotti.

L’ingresso nel settore delle due ruote non rappresentò un semplice tentativo di diversificazione produttiva, ma l’inizio di un progetto industriale ambizioso. Grazie alle competenze acquisite nella costruzione dei motori, la nuova casa motociclistica milanese si presentò fin da subito con modelli caratterizzati da una notevole cura costruttiva e da soluzioni tecniche affidabili. Sarebbe stato proprio questo approccio, improntato alla qualità prima ancora che alle prestazioni assolute, a consentire alla Sertum di ritagliarsi in pochi anni un posto di rilievo tra i più importanti costruttori italiani del periodo.

Gli anni della crescita (1932-1939)

L’ingresso nel mercato motociclistico segnò l’inizio di un periodo di straordinario sviluppo per la Sertum. Forte dell’esperienza maturata nella costruzione di motori industriali, la casa milanese riuscì fin da subito a proporre motociclette solide, affidabili e curate sotto il profilo tecnico, conquistando rapidamente la fiducia di un pubblico sempre più vasto.

Il primo modello prodotto fu la 175 VL, una motocicletta equipaggiata con un monocilindrico quattro tempi a valvole laterali, una soluzione tecnica apprezzata per la sua semplicità costruttiva, la robustezza e la facilità di manutenzione. Pur non essendo una moto dalle prestazioni eccezionali, la 175 VL si dimostrò estremamente affidabile e rappresentò un ottimo biglietto da visita per il nuovo marchio. In pochi anni contribuì a costruire la reputazione della Sertum come costruttore di motociclette destinate a durare nel tempo.

La vera svolta arrivò però nel 1933 con la presentazione della Batua 120, un modello destinato a lasciare il segno fu chiamata la “moto del popolo” perché era soprattutto economica. La Batua era equipaggiata con un motore monocilindrico a due tempi da 120 cm³ e si distingueva soprattutto per il suo innovativo telaio aperto, questa soluzione facilitava la salita e la discesa del conducente, particolarmente adatta all’utilizzo di donne e preti, perché permetteva di essere guidata con la gonna. migliorando al tempo stesso comfort e praticità d’uso. In un’epoca in cui molte motociclette conservavano ancora impostazioni tradizionali, la Batua rappresentò una scelta coraggiosa e dimostrò come la Sertum fosse capace di innovare, proponendo soluzioni originali anziché limitarsi a seguire la concorrenza.

Sull’onda del crescente successo commerciale, la gamma venne rapidamente ampliata. Accanto alle piccole cilindrate fecero la loro comparsa modelli da 250 e 500 cm³, progettati per soddisfare esigenze differenti: dalle moto destinate al turismo veloce fino ai mezzi più robusti pensati per affrontare lunghi percorsi o impieghi gravosi. Tutti i modelli condividevano la stessa filosofia costruttiva: motori affidabili, telai robusti e una qualità costruttiva che collocava la Sertum ai vertici della produzione motociclistica nazionale.

Dopo due anni dalla nascita della prima moto, quindi nel 1934 la Sertum ha in catalogo ben sei modelli di moto, tra valvole laterali e valvole in testa, la signorile 500 due cilindri e due modelli di motocarro.

Nel giro di pochi anni la casa milanese conquistò una posizione di assoluto prestigio. La stampa specializzata iniziò a includerla nella cosiddetta “pentarchia” dell’industria motociclistica italiana, un ristretto gruppo formato dai cinque costruttori considerati i più autorevoli del Paese: Benelli, Bianchi, Gilera, Moto Guzzi e, appunto, Sertum. Entrare a far parte di questa élite rappresentava un riconoscimento della qualità tecnica, della capacità produttiva e della crescente importanza del marchio nel panorama nazionale.

Parallelamente ai successi commerciali, la Sertum comprese quanto fosse importante il mondo delle competizioni come banco di prova per le proprie motociclette. La casa investì quindi nella Regolarità, disciplina che metteva alla prova non tanto la velocità pura quanto l’affidabilità, la resistenza meccanica e la preparazione dei piloti su percorsi estremamente impegnativi. Era il terreno ideale per dimostrare le qualità delle proprie moto.

I risultati non tardarono ad arrivare. Le motociclette Sertum si distinsero in numerose competizioni nazionali e internazionali, conquistando una reputazione di mezzi robusti e instancabili. Il momento più prestigioso giunse nel 1939, quando la squadra ufficiale ottenne cinque medaglie d’oro alla Sei Giorni Internazionale, la competizione più importante della Regolarità mondiale. Quel risultato consacrò definitivamente il marchio milanese tra i grandi protagonisti del motociclismo europeo.

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, la Sertum era ormai una realtà industriale affermata. In meno di un decennio era passata dall’essere un costruttore esordiente a uno dei nomi più rispettati dell’industria motociclistica italiana, grazie a una produzione che univa innovazione, affidabilità e successo sportivo. Erano gli anni d’oro della casa milanese, destinati però a essere bruscamente interrotti dagli eventi bellici che avrebbero cambiato il destino dell’intero settore.

La guerra: la Sertum al servizio del Regio Esercito

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale segnò una brusca battuta d’arresto per l’intera industria motociclistica italiana. Come molte altre aziende del settore, anche la Sertum dovette riconvertire gran parte della propria produzione per rispondere alle esigenze belliche, mettendo la propria esperienza tecnica al servizio delle Forze Armate.

Le motociclette, infatti, ricoprivano un ruolo fondamentale nelle operazioni militari dell’epoca. Venivano impiegate come mezzi di collegamento, per il trasporto rapido di ordini e dispacci, nelle missioni di ricognizione e per accompagnare le colonne motorizzate. Per affrontare questi compiti erano richiesti veicoli estremamente affidabili, in grado di percorrere lunghe distanze su strade spesso dissestate o addirittura prive di pavimentazione.

Fu in questo contesto che la Sertum sviluppò la MCM 500, una motocicletta progettata specificamente per soddisfare le esigenze del Regio Esercito. Il progetto derivava dall’esperienza maturata negli anni precedenti con i modelli civili di maggiore cilindrata, ma venne profondamente rivisto per garantire la massima robustezza e affidabilità nelle condizioni più difficili.

La MCM 500 era equipaggiata con un motore monocilindrico a quattro tempi di 500 cm³, capace di erogare una coppia generosa ai bassi regimi, caratteristica indispensabile per affrontare salite impegnative, percorsi sterrati e trasportare equipaggiamento militare. Il telaio, particolarmente robusto, era progettato per sopportare forti sollecitazioni, mentre la semplicità della meccanica permetteva interventi di manutenzione anche direttamente sul campo.

Uno degli aspetti più innovativi della MCM 500 riguardava l’impianto frenante. La motocicletta adottava infatti freni a tamburo centrale, una soluzione tecnica ancora poco diffusa in Italia, che offriva una migliore protezione dei meccanismi frenanti da fango, polvere e detriti. In condizioni operative particolarmente gravose, questa caratteristica contribuiva a mantenere più costante l’efficacia della frenata e a ridurre gli interventi di manutenzione, rappresentando un significativo passo avanti rispetto ai sistemi impiegati su molte motociclette contemporanee.

Durante il conflitto la MCM 500 dimostrò tutte le qualità che avevano reso celebre il marchio Sertum: solidità, affidabilità e resistenza. Pur operando in scenari estremamente difficili, riuscì a guadagnarsi la stima dei reparti motociclistici grazie alla sua capacità di affrontare lunghe percorrenze e terreni accidentati senza compromettere la funzionalità meccanica.

La guerra, tuttavia, ebbe un costo elevatissimo anche per la casa milanese. La produzione civile venne drasticamente ridotta, le materie prime divennero sempre più difficili da reperire e l’attività industriale fu inevitabilmente condizionata dalle esigenze del conflitto. Quando le ostilità terminarono, la Sertum si trovò davanti a una sfida completamente nuova: riconvertire gli impianti alla produzione civile e conquistare un mercato profondamente cambiato, nel quale gli italiani cercavano motociclette affidabili ma anche economiche per ricostruire la propria mobilità.

La rinascita del dopoguerra

Con la fine della Seconda guerra mondiale, anche per la Sertum iniziò una nuova fase. Gli impianti produttivi tornarono gradualmente alla costruzione di motociclette civili, mentre l’Italia affrontava il difficile percorso della ricostruzione economica. Le esigenze del mercato erano profondamente cambiate: servivano mezzi affidabili, economici e capaci di accompagnare gli italiani nella ripresa delle attività quotidiane.

Forte dell’esperienza maturata durante gli anni del conflitto, la casa milanese riprese la produzione partendo dalla MC 500, evoluzione civile della motocicletta militare MCM 500. Pur mantenendo la robustezza che aveva contraddistinto il modello destinato al Regio Esercito, la nuova versione venne adattata a un impiego turistico e professionale, con una maggiore attenzione al comfort di guida e alle finiture.

La MC 500 conservava il collaudato motore monocilindrico quattro tempi da 500 cm³, apprezzato per l’elasticità di funzionamento e per la notevole affidabilità. Era una motocicletta pensata per affrontare lunghi viaggi, ma anche per soddisfare le esigenze di professionisti, commercianti e forze dell’ordine, che necessitavano di un mezzo resistente e semplice da mantenere. In un’Italia dove la rete stradale era ancora in gran parte danneggiata dalla guerra, queste qualità rappresentavano un vantaggio decisivo.

Accanto alla grossa monocilindrica, la Sertum ampliò la propria offerta introducendo la VT-4 250, una motocicletta destinata a un pubblico più ampio. Equipaggiata con un moderno motore monocilindrico quattro tempi a valvole in testa, la VT-4 rappresentava un interessante compromesso tra prestazioni, consumi e costi di esercizio. Grazie alla sua buona maneggevolezza e alla qualità costruttiva, divenne uno dei modelli più apprezzati della produzione del dopoguerra, confermando la capacità della casa milanese di realizzare motociclette affidabili e tecnologicamente aggiornate.

Il fiore all’occhiello della nuova gamma era però la BT-4 500, considerata da molti il capolavoro tecnico della Sertum. Dotata di un raffinato motore bicilindrico quattro tempi, questa motocicletta rappresentava il massimo delle conoscenze ingegneristiche raggiunte dall’azienda. Il propulsore offriva un funzionamento particolarmente regolare, una maggiore fluidità di marcia e prestazioni elevate per gli standard dell’epoca, mentre la ciclistica era studiata per garantire stabilità e sicurezza anche alle velocità più sostenute.

Con la BT-4, la Sertum dimostrava di poter competere sul piano tecnico con i migliori costruttori italiani, proponendo una motocicletta elegante, sofisticata e costruita con la consueta attenzione ai dettagli. Sebbene la produzione fosse limitata e il prezzo la rendesse accessibile a una clientela ristretta, questo modello contribuì ad accrescere ulteriormente il prestigio del marchio.

Parallelamente allo sviluppo della gamma, la casa milanese tornò a dedicare grande attenzione alle competizioni di Regolarità, considerate il banco di prova ideale per verificare sul campo l’affidabilità delle proprie motociclette. Le gare disputate su percorsi lunghi e impegnativi mettevano infatti a dura prova uomini e mezzi, premiando soprattutto la qualità costruttiva e la resistenza meccanica.

Anche nel dopoguerra la Sertum raccolse risultati di grande prestigio, conquistando nuove affermazioni nelle principali competizioni nazionali e internazionali. Le motociclette della casa milanese tornarono a distinguersi alla Sei Giorni Internazionale di Regolarità, ottenendo importanti successi che confermarono la validità dei progetti sviluppati negli anni precedenti e consolidarono la reputazione del marchio tra gli appassionati e gli addetti ai lavori.

Per alcuni anni sembrò che la Sertum fosse riuscita a lasciarsi alle spalle le difficoltà del conflitto. La gamma era moderna, i risultati sportivi continuavano ad alimentare il prestigio della casa e la qualità costruttiva rimaneva uno dei principali punti di forza dell’azienda. Tuttavia, all’orizzonte stavano già emergendo nuovi cambiamenti. Il mercato motociclistico italiano stava evolvendo rapidamente, con la crescente diffusione degli scooter e delle piccole cilindrate economiche, una trasformazione che avrebbe messo a dura prova anche uno dei marchi più prestigiosi del panorama nazionale.

Un’impresa unica la Mille Miglia del 1949

Tra le imprese sportive che contribuirono a rilanciare il prestigio della Sertum nel dopoguerra merita una menzione particolare la Mille Miglia Motociclistica del 1949, una competizione entrata nella storia perché rappresentò l’unica edizione della celebre corsa riservata esclusivamente alle motociclette.

Disputata il 24 aprile 1949 organizzata dal Club di Roma. Ogni giorno partivano e arrivavano dal Foro Italico di Roma, per guidare oltre 600 km al giorno per un totale di 1.935 km. La gara richiamò le più importanti case motociclistiche italiane, trasformandosi in una straordinaria vetrina tecnica e sportiva. Per i costruttori non si trattava soltanto di una sfida di velocità: completare un tracciato così lungo e impegnativo significava dimostrare la robustezza, l’affidabilità e la qualità costruttiva delle proprie motociclette.

Anche la Sertum si presentò al via con una squadra ufficiale, confermando ancora una volta la propria vocazione sportiva. Le sue motociclette affrontarono con successo un percorso durissimo, caratterizzato da lunghi tratti di montagna, strade spesso dissestate e continui cambi di ritmo che mettevano a dura prova piloti e mezzi. Le prestazioni offerte dalle moto milanesi contribuirono a consolidare la reputazione del marchio come costruttore di motociclette affidabili e resistenti, qualità già dimostrate nelle competizioni di Regolarità e nelle precedenti edizioni della Sei Giorni.

La casa milanese schierò una squadra ufficiale composta dai piloti Fornasari, Benzoni e Ventura (chiamati i tre moschettieri), che portarono a termine una gara estremamente selettiva, mettendo in evidenza l’affidabilità e la robustezza delle motociclette Sertum. Al termine della competizione la squadra conquistò il primo posto nella classifica a squadre, aggiudicandosi il prestigioso il Trofeo Nazionale della Regolarità dell FMI, ovvero il Campionato Italiano del Regolarismo.

La partecipazione alla Mille Miglia Motociclistica rappresentò uno degli ultimi grandi momenti di visibilità sportiva della Sertum.

La crisi e la fine

All’inizio degli anni Cinquanta, nonostante il prestigio conquistato nelle competizioni e la qualità delle proprie motociclette, la Sertum si trovò ad affrontare una realtà profondamente diversa da quella che aveva favorito la sua crescita negli anni Trenta. L’Italia stava vivendo la ricostruzione economica e i bisogni degli italiani stavano rapidamente cambiando.

Il mercato non chiedeva più motociclette di media e grossa cilindrata, robuste e raffinate, ma mezzi economici, leggeri e semplici da utilizzare. Il successo della Vespa e della Lambretta aveva aperto una nuova era della mobilità individuale, mentre numerose case motociclistiche si orientavano verso la produzione di motoleggere da 75, 98 e 125 cm³, più accessibili sia nel prezzo sia nei costi di gestione.

La Sertum comprese la portata di questo cambiamento e cercò di adeguare la propria produzione. Tra i progetti più promettenti vi fu quello di una moderna 125 cm³ a due tempi, una motocicletta che avrebbe dovuto rappresentare il punto di ingresso del marchio in un segmento di mercato ormai diventato fondamentale. Il nuovo modello era stato studiato per essere economico, leggero e adatto a un pubblico molto più vasto rispetto ai tradizionali clienti della casa milanese.

Purtroppo il progetto non riuscì mai a raggiungere la fase produttiva. Le difficoltà economiche dell’azienda, ormai sempre più evidenti, impedirono di completarne lo sviluppo e di avviare la produzione in serie. Fu un’occasione mancata che avrebbe potuto cambiare, almeno in parte, il destino della Sertum.

A pesare sulla situazione finanziaria contribuì anche una vicenda commerciale particolarmente sfavorevole. La casa milanese aveva ottenuto un’importante commessa destinata al mercato argentino, un’opportunità che avrebbe potuto garantire nuove risorse economiche e rilanciare l’attività produttiva. Tuttavia, per una serie di difficoltà legate ai pagamenti e alle condizioni economiche dell’epoca, quella fornitura non venne mai saldata integralmente. Il mancato incasso rappresentò un colpo durissimo per un’azienda già alle prese con un mercato interno sempre più competitivo e con margini di profitto in costante diminuzione.

Le perdite accumulate negli anni precedenti, unite alla difficoltà di riconvertire rapidamente la produzione verso modelli più economici, resero inevitabile la crisi. La Sertum, che solo pochi anni prima era considerata una delle grandi protagoniste dell’industria motociclistica italiana, non riuscì a sostenere il peso dei cambiamenti del mercato.

Nel 1951 l’azienda fu costretta a chiudere i battenti, ponendo fine a una storia durata circa vent’anni nel settore motociclistico. Con la chiusura della casa milanese scomparve uno dei marchi che avevano contribuito a scrivere alcune delle pagine più significative del motociclismo italiano tra gli anni Trenta e il dopoguerra.

La fine della Sertum non fu il risultato di una mancanza di competenze tecniche o della scarsa qualità dei suoi prodotti. Al contrario, le sue motociclette erano apprezzate per robustezza, affidabilità e soluzioni meccaniche spesso all’avanguardia. A decretarne la scomparsa furono soprattutto i profondi mutamenti del mercato, la crescente concorrenza delle motoleggere e degli scooter, e una serie di difficoltà finanziarie che impedirono all’azienda di affrontare con successo la nuova fase dell’industria motociclistica italiana.

Oggi il nome Sertum continua a vivere grazie ai collezionisti, ai restauratori e agli appassionati di motociclismo storico. Le sue motociclette sono protagoniste di raduni, mostre e manifestazioni dedicate ai veicoli d’epoca, dove testimoniano l’ingegno e la qualità della scuola motociclistica italiana. Sebbene il marchio sia scomparso da oltre settant’anni, il suo contributo allo sviluppo delle due ruote resta ancora oggi un capitolo importante della storia industriale del nostro Paese.

Dopo aver letto tutto l’articolo vi invito a leggere la storia di Bene e Mina , una favola moderna che profuma d’antico. https://www.thesertumist.com

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